Marcantonio Maldotti

(di Elisa Bertazzoni)

Discendente di una famiglia originaria di Bozzolo, trasferitasi a Guastalla agli inizi del XVII secolo, unico figlio maschio di Giuseppe e Lucrezia Jacobi, brescellese, il Maldotti nasce a Guastalla il 25 agosto 1721 e viene battezzato nella chiesa di San Pietro, ora più nota come Duomo, con i nomi di Marco, Antonio, Leone, Baldassarre, Genesio. Padrini sono un fratello e una sorella del padre: il canonico don Ferdinando e Ursula. Questa, dal primo marito ha avuto una figlia che si incamminerà sulla strada della poesia, Gaetana Secchi Ronchi. Rimasta vedova, Ursula aveva sposato Alessandro Pegolotti, erudito e poeta guastallese, fondatore della locale Accademia degli Sconosciuti. Marcantonio nasce insomma in una famiglia stimolante dal punto di vista culturale ma anche da quello della pietà cristiana. Due fratelli del padre, don Costantino e il già citato don Ferdinando sono infatti canonici e il padre è il fondatore di un oratorio dedicato a S. Giovanni Nepomuceno, eretto in prossimità del convento dei Padri Cappuccini. Dopo i primi studi compiuti a Guastalla, il giovane Marcantonio sceglie di continuare la sua preparazione nel collegio del Seminario di Reggio Emilia. Questo, secondo quanto scrive l’ingegner Giulio Cesare Cani, cugino ed esecutore testamentario del Maldotti, nella Vita del Cavalier Marcantonio Maldotti, sacerdote guastallese, non piace al padre che sogna per il figlio una carriera alla Corte dei Gonzaga, dove già la famiglia è introdotta. La scelta del Collegio del Seminario di Reggio non è, a quanto sembra, legata a una vocazione al sacerdozio, che solo più tardi si manifesterà nel giovane, ma solo al fatto che vi si insegnano quelle “scienze umane” in cui ben presto, a soli 17 anni, il Maldotti mostra d’aver conseguito una notevole preparazione discutendo, nel detto Collegio, “una pubblica difesa di Filosofia, abbracciando questioni di Logica, di Fisica generale e particolare, di Metafisica e di Filosofia morale“. Secondo il Cani è di questo periodo la sua introduzione a Corte. In questi anni è Duca di Guastalla Giuseppe Maria Gonzaga, con la cui morte nel 1746 terminerà la dinastia dei Gonzaga di Guastalla. Nel 1731 il Duca aveva sposato una nobile tedesca, Maria Eleonora Carlotta figlia del Duca dello Sleswic Holstein, che, sia negli anni da lei trascorsi a Guastalla, che dopo il suo ritorno in terra tedesca, fino alla morte nel 1769, ha sempre, come testimoniano le sue lettere indirizzate al Maldotti, grande considerazione per lui. La permanenza del Maldotti a Guastalla è però di breve durata, perché ben presto si trasferisce a Parma per dedicarsi allo studio delle scienze matematiche. Nel 1741 egli sostiene là, nell’Accademia del Collegio dei Padri Gesuiti, una pubblica disputa di Meccanica, Nautica, Geografia in 113 questioni. Tornato a Guastalla riprende a frequentare la Corte ma, stando a quanto scrive il Cani, vuoi perché “costretto a condursi con profumato attillamento di persona ed a riposare supino onde non sconcertare i buccoli“, vuoi perché risiede in questa Corte “una certa Dama Tedesca, Madamigella di Brugnan di ogni grazia adorna” che si pensa di dargli in moglie, vuoi più probabilmente perché non desidera d’esser distolto dai suoi studi, decide di intraprendere, ancora nella città di Parma, su consiglio della stessa Duchessa, gli studi di giurisprudenza. Di tali studi mostra i frutti nel mese di maggio del 1746 a Guastalla, con una “pubblica disputa di diritto pubblico, canonico e civile di 110 questioni“. E’ del 1747 la sua partenza per Roma, munito di una lettera di raccomandazione della Duchessa, che il 28 novembre 1745 lo aveva nominato suo gentiluomo d’onore, lettera in cui ella invitava “i Principi e Signori dei luoghi per i quali converrà al medesimo di passare, o fermarsi, a lasciarlo transitare, permanere o rispettivamente proseguire per il suo viaggio…liberamente e senza impedimento veruno, anzi, abbisognando, prestargli ogni aiuto e favore, sicuri di farci cosa gratissima ed essere da noi sinceramente corrisposti“. In una supplica a Papa Benedetto XIV del marzo 1748 in cui chiedeva licenza vita natural durante di leggere qualsiasi libro, anche proibito, così scrive di sé: “Marcantonio Maldotti di Guastalla umilmente espone alla Santità Vostra che essendo esso nell’anno vigesimo settimo dell’età sua ha atteso a varie scienze tanto ecclesiastiche che profane nelle Università di Reggio, Parma e Bologna, ed anche in Roma dove pure al presente ritrovasi” dalle quali parole si deduce che altri studi deve egli aver compiuto a Bologna, dei quali però non resta documentazione. Scrive comunque il Cani che “a Bologna, avanti quell’Accademia” il Maldotti aveva recitato un’assai dotta dissertazione sull’atmosfera delle Comete. Sempre nel 1748 da Roma, dove ha conosciuto quattro illustri prelati, i cardinali Corsini, Clementi, d’Este e Valenti, con i quali continuerà una corrispondenza epistolare per anni, torna a Guastalla. Manifesta allora la sua volontà di abbracciare la vita ecclesiastica. Per maturare nella quiete la sua decisione si trasferisce a Parma, ma la scelta non si rivela felice, in quanto la Duchessa di Guastalla, ora Vedova, desiderosa d’essere informata di ciò che succede alla Corte parmense, vuole da lui resoconti continui. A tal proposito così ella si esprime in una lettera del 13 marzo 1749 indirizzata al Maldotti a Parma: “sovra tutto stia ella in aguato d’iscoprire esattamente il Cerimoniale che passerà tra il Serenissimo Reale Infante ed il Signor Principe Leopoldo Darmstatt nella visita e soggiorno che farà costì medesimo…Mi faccia noto quel che sarà per essere il destino di questa povera Città di Guastalla, e cosa discorresi intorno la stessa…” Nell’estate del 1749 lo troviamo a Reggio, da dove inoltra suppliche all’Abate Ordinario di Guastalla, Monsignor Francesco de’ Marchesi Tirelli per abbracciare lo stato ecclesiastico. Con un breve papale ottiene di poter essere insignito degli Ordini sacri in tre feste consecutive. E’ così ordinato sacerdote il 20 settembre 1749. Non è certo una vocazione di comodo. Lo dimostra la scelta da lui fatta nel 1752 di rinunciare a ogni diritto sull’eredità paterna in favore della sorella Euridice, in cambio di un modesto assegno annuo di 100 zecchini veneti, oltre al suo patrimonio ecclesiastico di 12 biolche di prato. Conduce una vita molto ritirata a Reggio, dapprima come convittore nella Casa dei Padri della Missione, poi nel Collegio del Seminario, infine in una casa presa in affitto, lontano da ogni lusso, dedito solo al suo ministero e ai suoi studi. Non disdegna la poesia; fa parte infatti di varie Accademie: quella di Busseto col nome di Filistene Erenzio, quella degli Sconosciuti di Guastalla col nome di Voglievole, e quella degli Ipocondriaci di Reggio col nome di Norope. Coltiva sempre la sua grande passione d’acquistar libri, arricchendo via via l’originario nucleo lasciato dagli zii canonici. Gli anni della maturità sono rattristati dal grave dissesto finanziario della famiglia della sorella, a causa della cattiva amministrazione dell’ingente patrimonio da parte del figlio di lei. Il Maldotti è costretto a difendere per vie legali il proprio assegno, ma ciò non gli impedirà di prestare aiuto ai parenti. Fonte di sofferenze per lui ormai settantasettenne e col corpo pendente sul lato destro, con conseguenti difficoltà nel camminare, sono le manifestazioni che hanno luogo a Reggio in seguito alla Rivoluzione Francese. E’ infatti costretto a partecipare a cerimonie patriottiche e militari, a pagare chi lo sostituisca nei “doveri militari per la guardia della piazza e delle porte“, a dar alloggio nel suo appartamento ricolmo degli amati libri, a militari di passaggio. Muore la notte del 14 agosto 1801, per un colpo d’apoplessia. Stanno bene, a conclusione di questo profilo del Maldotti, alcune espressioni del Cani: “Di questa maniera terminò i suoi giorni un uomo nato allo studio e alla pietà. Fu benefico ed elemosiniero, condusse una vita sobria e castigata, non celebrò mai Messa per elemosina…abbandonò fino i beni ecclesiastici di giuspatronato. Sdegnò di farsi coronare di lauro dottorale…non fece alcuna pompa di letteraria erudizione, solo permise che gli venisse tributato il titolo di Cavaliere, onde forse rammentarsi il nome e la persona di quella nobilissima Principessa sua protettrice, che glielo aveva debitamente conferito“. (Tratto da Guastalla: venti secoli di storia, Guastalla 1990)